Sguardi sulle fragilità. Nella vita delle persone, nei momenti più delicati.
Venticinque anni nel soccorso preospedaliero tra interventi imprevedibili, momenti di grande tensione e domande etiche che non hanno sempre una risposta.
Steve Ricci racconta di un lavoro che costringe a decidere in pochi istanti e che, entrando nelle case delle persone, mette a confronto con le fragilità più profonde della società. Un mestiere che, inevitabilmente, cambia anche lo sguardo sulla vita.
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Il tuo percorso per diventare soccorritore non è stato lineare. Da fuori si immagina spesso una vocazione precoce per chi fa questo mestiere, quasi una chiamata. Nel tuo caso invece sembra esserci stato un percorso più tortuoso. Come è iniziato davvero?
Non sono nato come soccorritore e, da ragazzo, non pensavo minimamente di fare questo lavoro. Prima ho fatto diversi apprendistati: meccanico, elettrauto, poi ho provato anche a lavorare in banca. In seguito, insieme alla mia famiglia, abbiamo acquistato un’attività commerciale nel settore della telefonia mobile che ho gestito per alcuni anni, tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila. L’attività andava bene, ma in quel periodo ho avuto un grave incidente in moto. Sono rimasto un mese in ospedale, passando anche dalla terapia intensiva. Quell’esperienza mi ha fatto mettere in discussione molte cose della mia vita.
Un giorno stavo aspettando l’autobus davanti alla sede della Croce Verde Lugano. Mi sono girato, ho visto l’edificio e ho deciso di entrare. Tempo prima avevo fatto un corso di rianimazione cardiopolmonare per la patente della moto e avevo parlato con un soccorritore di quel mondo. Così sono entrato e ho chiesto se cercassero volontari. Proprio in quel momento ne avevano bisogno. Da lì è iniziato tutto. Nel frattempo ho chiuso l’attività di famiglia e, dopo aver ottenuto il brevetto di volontario, sono stato assunto come sostituto alla Croce Verde Lugano. Nel giro di pochi mesi sono diventato soccorritore ausiliario. I miei colleghi mi consigliarono poi di studiare per diventare infermiere. Ancora oggi li ringrazio per quel suggerimento: è una professione con molte più possibilità rispetto al soccorritore, riconosciuta a livello internazionale.
Ho lavorato cinque anni all’Ospedale Universitario di Losanna: prima in cure generali, poi in neurochirurgia, quasi due anni in terapia intensiva nel reparto grandi ustionati e infine in cure continue, un reparto intermedio tra terapia intensiva e degenza. Poi, per ragioni familiari, sono tornato in Ticino. Ho ricontattato la Croce Verde Lugano, dove ho lavorato sei anni. Da circa dieci anni sono a Bellinzona come soccorritore e infermiere diplomato.
Hai lavorato sia in ospedale sia in ambulanza. Per chi non conosce questo mondo potrebbe sembrare quasi lo stesso lavoro. In realtà sono due universi molto diversi. Che differenza c’è, concretamente, tra il lavoro in reparto e quello sul campo?
La differenza principale è l’ambiente di lavoro. In ospedale lavori all’interno di una struttura organizzata, con pazienti che conosci. Sai chi sono, conosci la loro storia medica e hai accesso a tutto il loro dossier clinico. Inoltre hai tutte le risorse a disposizione: medici, specialisti, psicologi. È un ambiente protetto e, in parte, prevedibile. In ambulanza invece tutto cambia. Iniziamo il turno senza sapere cosa succederà durante la giornata, chi incontreremo o che tipo di situazione troveremo. Serve molta capacità di adattamento. Spesso devi ragionare velocemente e prendere decisioni immediate. Un esempio semplice: quando arriviamo dobbiamo già pensare a come evacuare il paziente. Magari saliamo tre piani senza ascensore e troviamo una persona che pesa 150 chili. In quel momento bisogna trovare soluzioni pratiche e rapide. Il lavoro preospedaliero è molto dinamico e imprevedibile. È proprio questo che mi piace: ogni giornata è diversa. Possiamo passare da un caso pediatrico a un trauma grave, fino a situazioni psichiatriche che oggi sono sempre più frequenti e spesso richiedono molta energia anche dal punto di vista emotivo.
Dopo tanti anni di esperienza immagino che anche il modo di vivere certe situazioni cambi. All’inizio forse tutto colpisce di più, mentre con il tempo si impara a costruire una certa distanza emotiva. È successo anche a te?
Sì, è cambiato. Con il tempo diventi probabilmente un po’ più fatalista. Non significa che le situazioni non mi tocchino più, ma impari a viverle per quello che sono in quel momento. Noi arriviamo in un preciso istante della vita di una persona: interveniamo, portiamo il paziente in ospedale e spesso non sappiamo più cosa succede dopo. C’è anche l’adrenalina che in qualche modo ti protegge. Quando ho iniziato, circa venticinque anni fa, ero molto più coinvolto emotivamente. Tutto era nuovo e spesso impressionante.
Ricordo che nel mio primo anno di lavoro mi sono trovato di fronte a diversi casi di morti violente. Sono situazioni che ricordo come se fossero successe ieri. Quello che mi colpisce di più, ancora oggi, sono però i casi sociali. Entrando nelle case delle persone si scoprono situazioni di disagio che, fino a qualche anno fa, alle nostre latitudini erano difficili da immaginare. Oggi invece sono sempre più frequenti, soprattutto tra le persone anziane, ed è qualcosa che mi tocca ancora molto.
Nel tuo lavoro si incontrano spesso momenti molto intensi. C’è un intervento che ti è rimasto particolarmente dentro, uno di quelli che ricordi con soddisfazione perché senti davvero di aver fatto la differenza?
Uno che ricordo con grande soddisfazione risale ai miei primi anni di lavoro. Non ero ancora diplomato, lavoravo come soccorritore ausiliario e in quel caso però posso dire di aver davvero fatto la differenza. Si trattava di un intervento psichiatrico presso un servizio psicosociale. Dovevamo effettuare un ricovero coatto di un ragazzo molto agitato, che non voleva assolutamente venire con noi e opponeva molta resistenza. I genitori erano presenti e la situazione era molto tesa. A un certo punto abbiamo deciso di allontanarli per poter gestire meglio la situazione. Mentre lo accompagnavamo lungo il corridoio dello studio medico, all’improvviso si è lanciato di corsa verso il balcone. Era estate, la porta finestra era aperta e ci trovavamo al quinto piano. Il suo intento era chiaramente quello di buttarsi. Sono partito immediatamente dietro di lui e sono riuscito ad afferrarlo per la cintura proprio mentre stava per scavalcare la ringhiera. Lo strattone è stato talmente forte che per un attimo ho rischiato di finire giù anch’io. Per fortuna i miei colleghi sono arrivati subito e ci hanno trattenuti, tirandoci indietro. In quel caso posso dire davvero di aver fatto un intervento salvavita.
E invece il momento più difficile? Quello che, anche a distanza di tempo, ti ha lasciato addosso più tensione o inquietudine? Quello che mi ha scosso di più è abbastanza recente. Qualche mese fa, a Bellinzona, siamo stati aggrediti con un coltello. Era notte. Stavamo arrivando sul posto e davanti a noi c’era un gruppetto di tre persone che discutevano. Io stavo per scendere dall’ambulanza quando abbiamo visto che uno di loro aveva un coltello in mano. Improvvisamente si è lanciato verso il veicolo e ha iniziato a colpirlo. È saltato sul cofano e ha cominciato a dare coltellate alla carrozzeria e al parabrezza, cercando di entrare dentro l’abitacolo. Noi eravamo bloccati all’interno dell’ambulanza, senza possibilità di uscire o di scappare. Sono stati minuti molto lunghi. Per fortuna la polizia è arrivata abbastanza rapidamente e la situazione si è risolta, ma in quel momento eravamo completamente vulnerabili. Nella mia carriera ho affrontato altre situazioni difficili, ma in quel caso mi sono sentito davvero intrappolato, senza via di fuga. Il giorno dopo ho avuto bisogno di un debriefing con i colleghi per elaborare l’accaduto.
Negli ultimi anni il rischio di aggressioni ai soccorritori è aumentato?
Sì, decisamente. Oggi non siamo più così al riparo come un tempo. Dopo il periodo del Covid il rischio di aggressione è aumentato. La pandemia ha portato alla luce molte fragilità sociali e psicologiche. Le relazioni sociali si sono interrotte per lungo tempo e questo ha pesato molto su persone già fragili. Non direi che sia solo un problema giovanile: riguarda diverse fasce d’età. Ho anche l’impressione che oggi il nostro lavoro sia meno considerato rispetto a qualche anno fa. Durante il Covid c’erano gli applausi dai balconi per il personale sanitario, ma sono stati dimenticati molto in fretta.
Da addetto ai lavori, guardando al sistema dall’interno, c’è qualcosa che secondo te potrebbe essere migliorato? Penso sia all’organizzazione dei servizi sia alla formazione di chi lavora nel soccorso.
Ci sono due aspetti che secondo me potrebbero essere migliorati. Il primo riguarda l’organizzazione del soccorso preospedaliero in Ticino. Idealmente si potrebbe creare una gestione più centralizzata, sotto il cappello del Cantone, invece dell’attuale sistema legato ai singoli enti coordinati da una Federazione. Si potrebbero avere due grandi enti, uno per il Sopraceneri e uno per il Sottoceneri, oppure addirittura un unico ente cantonale. Questo permetterebbe maggiore uniformità, faciliterebbe lo scambio di personale tra le varie sedi e migliorerebbe anche la gestione dei costi. Oggi invece c’è ancora molto campanilismo tra le diverse realtà, che rende difficile immaginare cambiamenti di questo tipo nel breve periodo.
Il secondo aspetto riguarda la formazione. Io uniformerei la formazione sanitaria formando tutti come infermieri e rendendo il soccorso preospedaliero una specializzazione infermieristica, un po’ come avviene per anestesia o pronto soccorso. In questo modo nascerebbe la figura dell’infermiere specializzato in cure preospedaliere. Oggi invece il soccorritore ha uno status più simile a quello di un assistente di cura. Questo limita molto l’identità professionale e le possibilità di mobilità. Se un soccorritore, per ragioni fisiche o personali, non può più lavorare in ambulanza, spesso diventa difficile ricollocarlo. Se invece fosse un infermiere specializzato potrebbe rientrare più facilmente in ospedale o in altri ambiti sanitari. Il soccorritore è di fatto uno specialista del preospedaliero, ma oggi è confinato quasi esclusivamente a quel settore. In una professione fisicamente impegnativa come questa, che rientra tra i lavori usuranti, avere possibilità di riconversione professionale sarebbe molto importante.
Un lavoro come il tuo porta a entrare nelle case delle persone, nei momenti più fragili della loro vita. Immagino che un’esperienza del genere lasci dei segni anche a livello personale. Fare il soccorritore ti ha cambiato? Sì, sicuramente. Sono diventato molto più attento e sensibile, soprattutto rispetto alle problematiche sociali. Entrando nelle case delle persone si vedono realtà molto diverse da quelle che spesso immaginiamo. A volte ci si trova davanti a situazioni al limite della dignità umana. Non sempre le persone si trovano in quelle condizioni per scelta: spesso è il risultato di difficoltà economiche, solitudine o problemi di salute. Quando lavoravo nel negozio di telefonia vivevo in un mondo completamente diverso, molto più orientato al commercio e al profitto. Non è che fossi insensibile, ma semplicemente non vedevo certe realtà. Questo lavoro invece ti mette continuamente a contatto con la parte più fragile della società. E inevitabilmente ti cambia.
Chi lavora nel soccorso si trova molto più spesso di altri a confrontarsi con il tema della morte. È una dimensione che entra quasi inevitabilmente nella quotidianità del lavoro. Che rapporto hai sviluppato tu con la morte?
Sono credente, ma non sono però un praticante assiduo. Non vado regolarmente a messa, ma la dimensione spirituale per me esiste. Nella nostra famiglia abbiamo una figura di riferimento molto importante: il nostro parroco. È lui che ci ha sposati, che ha battezzato mio figlio, che ha celebrato il funerale di mio padre e quello di mia suocera. Se abbiamo un problema o un momento difficile, spesso ci rivolgiamo a lui. È l’unica persona del clero con cui riesco ad avere un rapporto davvero diretto e di fiducia, ed è diventato negli anni un punto di riferimento per tutta la nostra famiglia. Per quanto riguarda la morte, devo dire che nella maggior parte delle situazioni che incontro nel mio lavoro la percepisco quasi come una liberazione. Lo dico perché spesso vediamo persone che arrivano alla fine della vita dopo lunghi periodi di sofferenza o di declino. In alcuni casi la vita viene prolungata molto, sia per pressioni familiari sia perché la medicina oggi ha strumenti sempre più efficaci per mantenere in vita una persona. Quando ci troviamo di fronte a pazienti gravemente malati o molto anziani – parliamo spesso di persone nella cosiddetta quarta età, oltre i novant’anni – la morte può rappresentare una liberazione dalle sofferenze e dai limiti della vita terrena.
Oggi però la medicina è in grado di prolungare la vita molto più di un tempo. Questo apre interrogativi complessi, quasi filosofici: fino a che punto è giusto intervenire? Dove finisce il dovere di curare e dove inizia il rispetto del limite?
È una domanda molto complessa. In realtà non ho mai affrontato direttamente questo tema con il nostro parroco, ma è sicuramente uno spunto interessante di riflessione. La medicina negli ultimi decenni ha fatto progressi enormi. Oggi possiamo prolungare la vita in modi che fino a qualche decennio fa erano inimmaginabili. Basti pensare a tutti i farmaci che assumono molte persone anziane: farmaci per la pressione, per il diabete, statine, anticoagulanti, aspirina cardiaca, respirazione assistita… tutto questo contribuisce a mantenere le persone in vita più a lungo. Ma il punto centrale non è solo quanto si vive, bensì come si vive. La vera domanda è: qual è la qualità della vita che possiamo offrire a una persona? Vivere significa poter uscire, avere relazioni, mantenere una certa autonomia. È molto diverso dall’essere immobilizzati a letto, attaccati a macchinari o completamente dipendenti dagli altri. Naturalmente queste sono domande molto personali. Ci sono persone che, anche in condizioni difficili, trovano comunque un senso nella loro vita e desiderano continuare. Altre invece preferirebbero non prolungare troppo certe situazioni.
Nel lavoro preospedaliero vi capita anche di trovarvi di fronte a decisioni difficili, soprattutto nelle situazioni di rianimazione. In quei momenti entrano in gioco non solo i protocolli medici, ma anche questioni etiche molto complesse.
Sì, ed è una delle questioni più delicate del nostro lavoro. Per esempio, quando interveniamo per rianimare una persona molto anziana – magari di 85 o 90 anni – mi capita spesso di chiedermi se stiamo davvero facendo la cosa giusta. Ovviamente seguiamo i protocolli e il nostro dovere è intervenire, ma la domanda rimane. Oggi cerchiamo sempre di verificare se esistono direttive anticipate o indicazioni della persona o della famiglia. Quando arriviamo sul posto iniziamo le manovre di rianimazione, ma nel frattempo cerchiamo di capire la situazione complessiva e quali sono le volontà della famiglia. Spesso i familiari dicono: “Fate tutto il possibile”. Ma in quel momento sono travolti dall’emozione e non sempre si rendono conto di cosa significhi davvero. Significa, per esempio, che la persona potrebbe sopravvivere ma in stato vegetativo o con gravissime limitazioni. Noi possiamo avere alcuni indizi sulla situazione clinica, ma la certezza assoluta non esiste finché la persona non viene stabilizzata e sottoposta a esami più approfonditi. Per questo è una domanda che mi accompagna spesso: ogni volta che mi trovo a rianimare qualcuno, soprattutto una persona anziana, mi chiedo se stiamo davvero facendo la cosa giusta.
Oltre al lavoro sanitario c’è anche un altro ambito della tua vita: l’impegno politico. È curioso perché spesso chi lavora in prima linea nei servizi pubblici sviluppa una sensibilità particolare per la cosa pubblica. Come è nata questa tua esperienza?
La mia candidatura è nata quasi per caso. Un mio compaesano che ricopriva un incarico politico si era ritirato e cercavano qualcuno che potesse sostituirlo. Mi hanno proposto di candidarmi e ho pensato: proviamo e vediamo cosa succede. Sono stato eletto in Consiglio comunale, anche se all’inizio non mi conosceva praticamente nessuno. Ho fatto la mia campagna elettorale e, in modo abbastanza inaspettato, sono poi stato eletto municipale. La politica è un meccanismo molto complesso, dove si intrecciano interessi pubblici e interessi personali. Trovare un equilibrio non è sempre semplice. Però è anche uno spazio in cui si possono provare a cambiare alcune cose e vedere risultati concreti. Ricordo che durante quella campagna elettorale c’era stato da poco l’incendio del Mulino di Maroggia. Conoscendo il proprietario mi venne l’idea di regalare a tutti i fuochi un pacco da mezzo chilo di farina del mulino. Usai questo gesto anche come simbolo della mia campagna elettorale, e in effetti funzionò: ottenni un ottimo risultato e mi fu affidato il dicastero delle finanze.
Nel tempo libero invece c’è una passione molto diversa dal mondo del soccorso: segui tuo figlio nel kart. È una passione nata in famiglia o è stata una sua iniziativa?
È nata quasi per caso. Un’estate siamo andati in un kartodromo e abbiamo iniziato con le macchinine elettriche, poi siamo passati ai kart a motore e abbiamo visto subito che gli piaceva molto. Con il tempo ci siamo accorti anche di un altro aspetto interessante: mio figlio ha un DSA, un disturbo specifico dell’apprendimento che a volte incide sulla concentrazione, mentre guidare il kart lo costringe a restare molto focalizzato sul circuito, sulle traiettorie e sulla velocità. Abbiamo visto che questa attività lo aiutava molto e così da semplice passatempo è diventata una vera passione. L’anno scorso ha partecipato a qualche gara locale, mentre quest’anno affronta una stagione completa in un trofeo tra Lombardia e Piemonte, nella categoria Junior (11–15 anni). È diventata anche un’attività di famiglia: si viaggia insieme e ci occupiamo noi stessi della parte tecnica e meccanica.
Il karting, visto da fuori, sembra quasi un hobby, ma in realtà è uno sport molto impegnativo, sia dal punto di vista organizzativo sia da quello economico. Come state vivendo questa avventura come famiglia?
Sì, è uno sport che richiede molto impegno. Ho lanciato una piccola campagna di crowdfunding e ho cercato alcuni sponsor tra le mie conoscenze: questo ci ha permesso di coprire circa metà delle spese per il kart e l’attrezzatura. Il resto lo sosteniamo noi. Quest’anno il budget complessivo è attorno ai 15’000 franchi e abbiamo anche un piccolo furgone-officina con cui trasportiamo il kart e tutto il materiale per le gare.
La stagione è iniziata bene: alla prima gara ufficiale ha ottenuto la pole position e poi ha chiuso terzo nella sua categoria. Fino a poche settimane prima faceva ancora fatica ad adattarsi al kart nuovo, poi durante un test ha fatto un grande passo avanti, abbassando il tempo sul giro di cinque secondi. Nel karting conta molto la testa: a un certo punto ha preso fiducia nel mezzo ed è scattato quel “click” mentale che gli ha permesso di diventare competitivo.
